QUESTO SITO WEB UTILIZZA COOKIES. NEL CONTINUARE A NAVIGARE SUL SITO STAI ACCETTANDO L'UTILIZZO DEI COOKIES.
TI INVITIAMO A LEGGERE LA COOKIES POLICY.
X
Ad

Ad

Ad
Ad

Ad
Ad

Ad

Trento, Festival dell’Economia: debito pubblico e crisi al centro del dibattito

sabato, 31 maggio 2014

Trento - L’Italia è schiacciata da un debito pubblico di circa 2100 miliardi. Un debito accumulato negli anni 80 che ha sottratto risorse alle future generazioni. Come è possibile stimolare la crescita continuando a pagare gli interessi su tale debito? Su questi temi si sono confrontati oggi al Festival dell’Economia Paolo Manasse e Francesco Gesualdi che hanno proposto ricette e soluzioni diametralmente opposte. E’ giunto il momento, secondo Gesualdi, che anche i creditori si accollino una parte di questo debito. Un’operazione pericolosa secondo Manasse, che potrebbe alla fine distruggere l’economia. (Nella foto Paolo Guerrieri, intervenuto oggi nell’appuntamento con ‘incontri con l’autore’ alla Biblioteca trentina).paolo guerrieri 

Un confronto serrato fra teorie economiche differenti, quello andato in scena oggi durante il dibattito “Fuori dal debito oltre la crescita” a cura dell’Associazione Trentino Arcobaleno. Protagonisti l’economista Paolo Manasse e Francesco Gesualdi, coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano – Pisa. Stimolati dalla giornalista Monica Di Sisto i due relatori si sono confrontati su una domanda in particolare: quale via d’uscita imboccare di fronte all’austerity imposta dalla finanza globale?

Gesualdi ha ricordato che il debito italiano è arrivato agli attuali 2100 miliardi soprattutto per colpa degli interessi e che adesso è giunto il momento di porsi la domanda se oggi debbano prevalere i diritti dei creditori o quelli dei debitori, ovvero dei cittadini. “L’economia del debito, ha detto Gesualdi, produce povertà, aumento delle disuguaglianze e disoccupazione”. Per uscire da questa situazione, ha continuato, si cerca di stimolare la crescita aumentando la produttività a discapito dei diritti dei lavoratori. “Dobbiamo cominciare a dire, ha proseguito, che non debbano più essere solo i cittadini, ovvero i debitori a pagare, ma che anche i creditori, che negli ultimi 30 anni hanno ricevuto 2230 miliardi di interessi, debbano accollarsi la loro parte”. La proposta di Gesualdi è quella di creare un tavolo a livello europeo in cui si possa ristrutturare il debito. “Tutto questo sarà possibile, ha concluso, se l’economia metterà al centro gli interessi della persona”.

“La soluzione non è così semplice” ha controbattuto l’economista Paolo Manasse dell’Università di Bologna. “Se un debito non viene onorato, quando poi si avrà ancora bisogno non si riceverà più niente”. “Il debito accumulato negli anni 80 da governi corrotti, ha detto Manasse, ha impoverito le generazioni successive; hanno preso risorse dal futuro per spenderle nel presente”. Come si può uscire da questa situazione? Le soluzioni, secondo Manasse, sono sostanzialmente tre: ridurre le spese, aumentare le entrate e stimolare la crescita. Per quest’ultima occorre aumentare la produttività o spostarsi verso produzioni di avanguardia, che non temano la concorrenza dei Paesi emergenti. Su un unico punto Manasse si è detto in accordo con Gesuladi, ovvero sulla possibilità di arrivare ad un accordo di compromesso fra debitori e creditori. “Ma si tratta di un’operazione molo delicata, ha concluso, che potrebbe poi avere gravi conseguenze, se le banche, che detengono il 30% del debito, entrassero in crisi, ci sarebbero ripercussioni sulle imprese che non avrebbero più accesso al credito e sulle famiglie che potrebbe veder compromessi i propri depositi.

A CAUSA DELLA CRISI POCA CRESCITA E TANTA DISOCCUPAZIONE

Riforme strutturali. Consolidamento fiscale. Politiche macro-economiche ad hoc: sono queste alcune delle parole d’ordine della roadmap per far ripartire un’Europa colpita da bassa crescita e alta disoccupazione. Su questi temi, analizzati in un libro del Fondo Monetario Internazionale appena uscito, si sono confrontati l’economista Antonio Spilimbergo, del FMI, Marco Buti, direttore generale dell’Ecofin della Commissione Europea, e il senatore Paolo Guerrieri. «Tra il 2013 e il 2017 la crescita sarà inferiore in tutti i paesi. – ha detto Spilimbergo – La disoccupazione una catastrofe sociale, economica e politica». «Molti dei problemi che abbiamo dovuto affrontare durante la crisi derivano da errori commessi in precedenza» ha dichiarato Buti. Per Guerrieri, sono necessarie «politiche per la domanda», oltre alle riforme strutturali.

«Nel 2003-2007 i paesi europei crescevano bene; dopo la crisi, secondo le nostre proiezioni, cresceranno molto meno.» A dirlo è l’economista Antonio Spilimbergo, che durante la seconda giornata del Festival dell’Economia ha presentato il libro “Jobs and Growth: Supporting the European Recovery”. «La crisi ha avuto un grosso effetto sul nostro futuro. Tra il 2013 e il 2017 la crescita sarà inferiore in tutti i paesi». Oltre alla sfida della bassa crescita ce n’è un’altra, altrettanto significativa: quella della disoccupazione, «che era già alta prima della crisi, e che dopo è peggiorata ulteriormente, in particolare in paesi come la Grecia. E la disoccupazione, specie quella giovanile, è una catastrofe non solo economica, ma sociale e politica.»
La crisi, ha sottolineato l’economista, «ha varie cause, non una sola. Per superarla sono necessari diversi tipi di intervento, alcuni immediati, altri più nel medio e lungo termine.» Riforme strutturali. Consolidamento fiscale. Politiche macro-economiche ad hoc. Sono queste alcune delle parole d’ordine della roadmap per portare l’Europa fuori dal pantano della crisi.

Uno dei temi più importanti del libro è quello del cosiddetto “deleveraging”, ossia la riduzione del debito, perché la leva finanziaria è eccessiva, e il livello del debito europeo complessivo è davvero alto. Il punto è che la crisi è stata aggravata dal fenomeno della “debt migration”, la migrazione del debito. «Il debito delle banche in Irlanda è diventato debito pubblico – nota Spilimbergo, – mentre in Italia il debito pubblico ha avuto una grossa influenza sul sistema bancario nazionale.» Perché i debiti non sono tutti uguali, ed è importante capire da quale tipo di debito bisogna iniziare a tagliare. «Non sembra che da solo il debito pubblico abbia un impatto così forte sulla crescita. Diverso è il caso del debito delle famiglie e delle aziende: in questo caso l’impatto è serio, perché sono famiglie e aziende il motore dell’economia.»

C’è poi la sfida del mercato del lavoro che, ha osservato Spilimbergo, «vede un forte aumento della disoccupazione. La vera origine di questo fenomeno però non è stata la crisi, che ha rappresentato solo la miccia. Dagli anni ’90 la produttività europea è cresciuta meno di quella statunitense. Molti paesi europei non si sono adattati ai nuovi sviluppi tecnologici e ai cambiamenti dell’economia globale. I paesi peggiori in termini di produttività hanno sofferto di più durante la crisi, che ha messo a nudo problemi esistenti già prima».

C’è però un messaggio di speranza, una luce in fondo al tunnel della crisi: le catene produttive globali. Un esempio è la Nutella, del gruppo Ferrero: le nocciole vengono dalla Turchia, l’olio di palma dalla Malesia, il cioccolato dalla Nigeria, lo zucchero dal Brasile e così via. «La Nutella costituisce uno dei successi di un gruppo italiano tra i più globalizzati del mondo. La globalizzazione non fa bene solo all’hi tech. E alla fine il valore aggiunto di una catena produttiva globale è più alto di quello di una catena produttiva che globale non è.»

Alla presentazione del libro hanno anche partecipato Marco Buti, direttore generale dell’ECFIN, e Paolo Guerrieri, senatore. “Sono necessarie riforme ad ampio raggio, per uscire dalla crisi. Inoltre se le riforme sono fatte insieme dai vari paesi europei, esse hanno un effetto aggiuntivo – ha rilevato Buti, che ha anche sottolineato come – molti dei problemi che abbiamo dovuto affrontare durante la crisi derivano da errori commessi in precedenza.»

Per Guerrieri, «la crisi in Europa nasce da un eccesso di indebitamento privato, causato da un contesto favorevole che ha consentito un’espansione della spesa complessiva. Durante la crisi si è sbagliato la sequenza, bisognava occuparsi immediatamente del debito bancario.» Per Guerrieri per uscire dalla crisi non bastano le riforme strutturali, bisogna accompagnarle da «politiche per sostenere la domanda».


© Gazzetta delle Valli - Testata registrata in tribunale, direttore responsabile Alberto Panzeri - P. IVA 03457250136