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Mosaici romani scoperti nella zona di Santa Maggiore a Trento. Mellarini: “Li valorizzeremo”

giovedì, 7 agosto 2014

Trento – Mosaici romani scoperti nella zona di Santa Maria Maggiore a Trento. L’assessore provinciale alla Cultura, Tiziano Mellarini, accompagnato dal sovrintendente per i beni culturali Sandro Flaim, ha effettuato un sopralluogo, nella zona di Santa Maria Maggiore a Trento, dove sono stati ritrovati durante i lavori alle fondamenta di un palazzo dei mosaici romani. <Pur nelle oggettive difficoltà che questa indagine archeologica presenta – ha precisato l’assessore – fortemente condizionata da problemi di natura statica dettati dalla presenza dell’edificio sovrastante, la Provincia sta proseguendo con le ricerche e valuta attentamente le possibilità di valorizzazione del sito>. L’assessore ha inoltre spiegato che porterà la questione in Giunta provinciale e si confronterà con il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta.

 I PEZZI PREGIATITrento Museo 1

Il centro storico di Trento è interessato in tutta l’estensione del suo sottosuolo da presenze archeologiche relative al centro urbano romano di Tridentum. In particolare il sito in cui sono emersi i recenti rinvenimenti, è all’interno di un settore della città antica, tra piazza Santa Maria Maggiore e piazza Verzeri, in cui ripetutamente le indagini archeologiche hanno evidenziato l’esistenza di edifici connessi alla vita civile, pubblica e religiosa.

Nei pressi di piazza Santa Maria Maggiore i resti monumentali emersi in passato hanno portato dapprima a ipotizzare la localizzazione dell’area pubblica cittadina per eccellenza – il foro – mentre più recentemente, è avvenuta la scoperta di quello che è stato interpretato come un grandioso complesso termale, nonché la sede della chiesa primigenia, l’ecclesia, di cui le strutture archeologiche indagate sembrano confermarne l’esistenza, quantomeno a partire dalla fine del V secolo d.C.

Le ricerche condotte tra il 1994 ed il 1997 in zona hanno portato alla messa in luce di parte di un grande ambiente dotato di nicchie per statue, databile tra il IV ed il V secolo d.C., i cui ricchi arredi architettonici ne suggeriscono una interpretazione quale edificio pubblico o settore di rappresentanza di un complesso privato di notevole livello.

LA SCOPERTA

Date tali preesistenze un intervento edilizio avviato lo scorso inverno sempre nell’area della Chiesa di Santa Maria è stato subordinato ad un attento controllo da parte dell’Ufficio Beni Archeologici della Provincia. Pur nella limitatezza dell’area indagata, che attualmente interessa il solo sedime dell’edificio moderno e che risulta fortemente condizionata dal rispetto delle fondazioni di quest’ultimo, fin dalla prima asportazione dei livelli moderni del seminterrato preesistente sono stati messi in luce resti murari posti in relazione con quelli precedentemente indagati.

L’indagine archeologica attualmente ancora in corso, ha confermato le interpretazioni già proposte precedentemente, riconoscendo anche in questa area i resti di un complesso edilizio di grande prestigio e contraddistinto da una evidente esigenza pubblica. All’interno di questo ambito, si osservano diverse compartimentazioni che danno luogo ad ambienti distinti. Tra questi in particolare di eccezionale importanza è un vano dotato di abside, con orientamento nord-sud, e preceduto da un aula che si estende verso nord, indagata fino ad ora solo in minima parte. Tale vano risulta interamente pavimentato con un mosaico policromo di straordinaria bellezza. L’area absidale è completamente interessata da un motivo geometrico a squame con triangoli inseriti al loro interno; in prossimità dell’ingresso all’aula, marcato da un gradino in pietra, il mosaico presenta una cornice che alterna rombi a cerchi. Nell’aula si riconoscono invece motivi figurati. In angolo un recipiente (kantharos) da cui si sviluppano esuberanti racemi vegetali completati alle estremità da fiori di vario tipo; al centro un altro recipiente del medesimo tipo affiancato da due animali, solo parzialmente visibili; probabilmente due capre o due pecore.

La struttura architettonica dell’ambiente, i temi decorativi presenti nella pavimentazione e l’uso di materiale particolarmente prezioso, come le tessere in pasta vitrea utilizzate per esaltare la brillantezza dei colori nell’associazione delle diverse cromie, evidenziano e marcano una committenza altamente qualificata.

Complessivamente l’edificio può essere datato nell’ambito del IV-V secolo d.C. anche alla luce della pavimentazione musiva che trova confronto nei rivestimenti pavimentali presenti a Ravenna, Aquileia ed in diverse località orientali nell’ambito di strutture edilizie di grandissimo prestigio (domus aulicae) le cui articolazioni e i cui arredi architettonici sono finalizzati alla auto rappresentazione e celebrazione del proprietario (dominus), in edificio pubblici di carattere civile e, soprattutto, in ambiti ecclesiastici. Per il caso di Trento, i dati in possesso non sono ancora tali da permettere una interpretazione definitiva e certa circa la natura e la finalità del complesso edilizio emerso.
<Certamente – ha concluso l’assessore Tiziano Mellarini – con questo ritrovamento non può essere messa in dubbio la forte vocazione in termini di architettura monumentale di tutto il quartiere, che in epoca tardo antica presenta caratteristiche proprie di una edilizia rappresentativa. In questo settore si concentravano le sedi del potere politico e religioso della Trento tardo antica che vede, tra questi ultimi, il suo protagonista più importante, il vescovo Vigilio. Le ricerche sono ancora in corso ma i dati fino ad ora acquisiti ci permettono di fare luce su un periodo ancora poco conosciuto della città e affermare il ruolo di grande prestigio da questa assunta che, almeno dal punto di vista architettonico e monumentale, poco aveva da invidiare ad altri centri dell’Italia settentrionale>.

 


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