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Festival dell’economia/4 Martin Wolf, editorialista del Financial Times: “La crisi ha evidenziato il fallimento della moneta unica”

domenica, 31 maggio 2015

Trento – Gli economisti non prevedono le crisi, ma sanno ampiamente dimostrare per quale motivo non le hanno previste. Le ragioni della crisi dell’euro erano ampiamente prevedibili per la sola ragione che una moneta può essere unica solo quando le economie dei paesi che l’adottano sono vicine.

Per sapere questo basta leggere un libro di economia di terza ragioneria. Gli Stati Uniti, per citare un esempio sotto gli occhi di tutti, impiegarono cent’anni a rendere omogeneo il valore del dollaro sull’intero territorio federale. E ancora oggi il dollaro vale moto di più in Florida che in California.

Quando l’Argentina volle ancorare la propria moneta al Dollaro ebbe un inevitabile crollo, altrettanto prevedibile: le due economie erano lontanissime.

Ma allora ci si domanda per quale motivo si attuano politiche quando si sa a priorWolf Trento Finalciali che porteranno danni.

Per fare l’Europa, dato che gli europei esistono già dal 1946, c’erano alcune tappe fondamentali da seguire. La prima fu il Patto di Schengen, la seconda l’azione della moneta unica, l’Euro. Ma lasciamo che parli l’editorialista del Financial Times.

“La crisi? È stata dirompente e non si è ancora conclusa. Ha messo in evidenza i limiti della politica, delle istituzioni, della capacità di comprensione della maggior parte degli economisti. Ha causato perdite di ricchezze incredibili che non sono state ancora recuperate. Come aver perso oltre dieci anni”, questo è il pensiero espresso da Martin Wolf, editorialista del «Financial Times» e autore di studi e libri sulle crisi finanziarie ed economiche, intervenuto a Palazzo Geremia a Trento. Tre le sale che si sono riempite per la sua conferenza «Cosa ci insegna la crisi».

Wolf, introdotto dal direttore del giornale l’Adige Pierangelo Giovanetti, ha commentato anche la fragilità della moneta unica europea. «Era prevedibile – ha detto – perché mancano dei meccanismi di condivisione del rischio.»

Ma perché la crisi è stata così importante?
«Perché – spiega Martin Wolf – ha rappresentato un fallimento politico e istituzionale e anche della comprensione e della cosiddetta «vecchia ortodossia».
Per Wolf è sorprendente l’incapacità di capire quanto stava accadendo e di ascoltare chi metteva in guardia da possibili rischi. Qualche voce fuori del coro, infatti, c’era.
Wolf cita Minsky, economista di Chicago, che aveva detto: la stabilità destabilizza.
Una voce destinata a rimanere però inascoltata sia prima dello scoppio della crisi sia dopo.
Wolf, infatti, osserva come anche di fronte all’evidenza e alle conseguenze della crisi che pesano tuttora, il punto di vista della maggior parte degli economisti non sia cambiato.
Per Wolf è sorprendente vedere quanto gli economisti non abbiano cambiato visione.
«L’incapacità di capire e di pensare – commenta – merita il disprezzo del pubblico.»

Ribadisce che « è stata una crisi estremamente costosa. Ha causato perdite di ricchezze incredibili che non sono state ancora recuperate. Ce ne portiamo l’eredità addosso.
«Abbiamo perso dieci anni e – sottolinea – l’Italia avrà bisogno di altri sei anni per riprendersi.»
Quindi analizza le cause e parla di una combinazione di cambiamenti macroeconomici e di scosse finanziarie. Ricorda un’espansione esagerata dei bilanci delle banche e lo scoppio della bolla del credito.
Aggiunge: «Quando la crisi è esplosa, si è deciso di adottare le politiche più costose: le banche hanno tagliato i tassi di interesse. Si è permesso al debito pubblico di crescere. Per lui è stata una politica giusta, anche se impopolare».

Quali le soluzioni possibili? Wolf non è ottimista. Parla di un vero e proprio disastro.
Ma prova anche a indicare qualche strada: rilanciare la crescita, stabilizzare la finanza e ribilanciare l’economia mondiale.
Insiste: «Servono grandi cambiamenti. È necessario, soprattutto nell’Eurozona, ristrutturare il debito e stimolare l’offerta. Sottolinea l’importanza di riforme strutturali, del contributo dell’università al processo di innovazione, di nuove politiche fiscali».
«Abbiamo bisogno – ripete – di una macroeconomia globale meglio bilanciata e di una finanza meno fragile.»

Incalzato da Giovanetti sulla moneta europea, riferisce che era contrario all’euro perché ritiene che alla base di un’unione monetaria ci debba essere uno stato sociale, un sistema di assicurazione reciproca molto solido, una condivisione del rischio.
Nota: negli Stati Uniti ci sono voluti 100 anni per arrivarci. Mentre la moneta unica europea è stata creata senza questi meccanismi di condivisione dei rischi.
«Era inevitabile – aggiunge – che sarebbe entrata in crisi. Non è stata una sorpresa: era tutto prevedibile. Oltre a creare dei meccanismi di condivisione del rischio che però richiederebbero tempi lunghi, un’altra soluzione potrebbe essere distinguere le regole della Germania dalle regole degli altri Paesi europei.
«Perché la particolarità dell’unione monetaria europea è di essere stata creata tra Stati sovrani.»

E sulle banche dice: «Sono necessarie riforme strutturali su vasta scala per evitare che siano piccoli oligopoli».
Una sua proposta è la distinzione tra banche di investimento e banche per il credito nel segno anche di istituzioni bancarie più trasparenti.


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