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Festival dell’Economia/2 La fine del sogno americano, dal grande Gatsby a Springsteen

sabato, 30 maggio 2015

Trento - Il de profundis sulla fine del sogno americano che ha caratterizzato l’intervento del Nobel, Joseph Stiglitz, nella giornata di apertura del Festival dell’Economia ha trovato una sua eco nell’incontro odierno sul tema “Sogni americani: dal grande Gatsby a Bruce Springsteen” che ha avuto come protagonista lo storico, critico musicale e anglista italiano Alessandro Portelli. Partendo dalle considerazioni di Stiglitz su come gli Stati Uniti siano il Paese più disuguale del mondo Portelli ha disegnato un quadro della situazione americana anche attraverso i testi delle canzoni di Springsteen e le pagine del romanzo “Il grande Gatsby” uno dei capolavori di Francis Scott Fitzgerald.

Proprio le immagini tratte da un video live di una delle più grandi rockstar internazionali come Bruce Springsteen sono servite a delineare l’intervento di Alessandro Portelli al fianco del giornalista Dino Pesole de “Il Sole 24 Ore”. Le note sono quelle del brano “The River” una canzone simbolo del Boss (come lo chiamano i suoi fans), un cantautore che nei suoi testi ha sempre raccontato l’America vera, profonda, fatta di sfruttamento industriale e di paesaggi rurali.

E proprio i versi che aprono The River sono esplicativi più di mille parole quando Springsteen canta: “Vengo dal fondo della valle; dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per farti fare Il lavoro che faceva tuo padre”. Versi in cui si materializza chiaramente l’idea di un percorso di vita in fondo già predestinato in cui il futuro dei giovani dipende dal reddito dei propri genitori. Ecco allora che il sogno americano che promette un’opportunità per tutti finisce per trasformarsi in un incubo, oppure per dirla alla Stiglitz, in un mito che non fa altro che aumentare le disuguaglianze.

Come ha evidenziato Alessandro Portelli, “in molti brani di Springsteen si avverte la delusione per la promessa di una mobilità sociale che viene sempre sbandierata ma che non viene quasi mai di fatto mantenuta e che si trasforma in paesaggi post industriali fatti di miseria e disagio o in zona rurali piene di disperazione come quelle memorabili raccontate nella pagine “Furore” di John Steinbeck”. Paradigma della società americana di oggi ma anche degli anni ’20 diventano così le pagine di “Il grande Gatsby” il romanzo dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald pubblicato nel 1925.

Qui un giovane povero, che diventerà il Grande Gatsby, per poter coronare il proprio sogno d’amore con una ragazza ricca intraprenderà l’unica strada possibile in quegli anni: quella della malavita trasformandosi quindi in un gangster. Anche qui emerge il sogno infranto della mobilità sociale e dell’uguaglianza e la frattura, quasi insuperabile, fra ricchi e poveri. Ma se è vero che le promesse nell’America di oggi e di ieri diventano quasi sempre sogni infranti e delusioni cocenti, sia per Springsteen che per Fitzgerald bisogna sempre provare a crederci, continuare a sognare un futuro diverso e migliore. Perché come canta il Boss, “se si smette di sognare in fondo si smette anche di vivere”.


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