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Aprica: nasce il progetto di una “Macroregione alpina”. Le proposte di amministratori locali, consiglieri e assessori regionali

lunedì, 9 marzo 2015

Aprica – Confronto sul riordino istituzionale degli enti di secondo livello. Al centro congressi di Aprica un convegno attorno al tema del futuro assetto istituzionale della Montagna, anzi “delle Montagne lombarde”. È l’argomento discusso da una dozzina di politici e amministratori pubblici, seguiti da una platea composta esclusivamente di altri amministratori, in maggioranza sindaci valtellinesi e camuni.

Già ridimensionate dal Governo Renzi le Province, ora toccherà, con la riforma della Costituzione, al riordino istituzionale di tutti gli altri Enti di secondo livello: Aree vaste, Comunità montane, Unioni dei comuni. Solo che non per tutti dovrebbe essere la stessa cosa: ogni Regione dovrebbe mantenere margini organizzativi propri.  Questo in conseguenza del famoso e controverso riconoscimento – inserito nella Legge di stabilità 2015 – della specificità di “Province interamente montane” per Verbano-Cusio-Ossola (Piemonte), Sondrio (Lombardia) e Belluno (Veneto). Un riconoscimento che per i promotori Borghi, De Menèch e Del Barba è ovviamente positivo e – per dirla col senatore valtellinese – “pianta un chiodo, soprattutto culturale, nel deserto istituzionale relativo alla Montagna”.

Il moderatore del convegno, Corrado Tomasi, consigliere regionale PD, ha introdotto il tema e a uno a uno i relatori, iniziando dai suoi colleghi consiglieri regionali hanno illustrato i programmi per il futuro.

Mario Barboni, consigliere regionale PD e vicepresidente del Comitato Montagna ha subito messo il dito nella piaga, affermando che la Valle Camonica, la Valle Brembana o la Valsassina sono “interamente montane” quanto lo sono Verbano-Cusio-Ossola (addirittura per una piccola parte non montana), Sondrio e Belluno. Proprio adesso che le Province sono divenute non elettive e che probabilmente scompariranno dalla Costituzione si è riusciti nel triplo salto mortale di vederne riconosciute tre come addirittura “specifiche”: dopo le Province autonome delle Regioni a Statuto speciale, ecco le Province specificamente montane!

È seguito l’intervento di Dario Bianchi, consigliere regionale Lega Nord e presidente del Comitato Montagna, per il quale il riconoscimento della specificità di “interamente montane” alle tre suddette Province è semplicemente accademica, proprio perché nella riforma costituzionale di Renzi la parola “Provincia” sparisce. Di più: l’approccio del Governo nella riforma degli enti territoriali è totalmente sbagliato, perché non si possono cancellare con un colpo di spugna secoli di storia e ripartizioni amministrative, ma caso mai andavano ridisegnate le Regioni e ridefinite le Province, accorpandone alcune piccole e lasciandone stare altre grandi. Contro l’insipienza di nuovi politici dilettanti che fanno proposte strampalate (come quella del M5S sui boschi da abbandonare a sé stessi così che diventino santuari della biodiversità) o il tentativo di cancellare la normativa sulla raccolta dei funghi, Bianchi ha lanciato la proposta di fare lobby sulla Questione Montagna, almeno in Regione, al di là delle appartenenze partitiche.

Gli ha fatto eco Gian Antonio Girelli, altro consigliere regionale PD, che dopo aver lanciato una frecciata contro il centralismo milanese rispetto al resto della Lombardia come parallelo del centralismo romano rispetto al resto dello Stivale, ha riservato anch’egli velenosi strali contro i pentastellati “eletti con poche decine di voti virtuali” e di conseguenza con una scarsissima percezione della realtà e della complessità delle questioni; figuriamoci sulla Montagna, che non sanno letteralmente cos’è. Per Girelli la Montagna è invece da prendere ad esempio da parte di tutta la politica per correttezza e sobrietà amministrative, per gestione della Sanità (vedere il virtuoso esempio della Valle Camonica), per i bilanci a posto, ricordando che proprio da quassù sono venuti grandi legislatori. Circa l’idea di fare lobby, Girelli si è detto d’accordo, anche se bisogna valutare provvedimento per provvedimento.

È poi stato il turno dei presidenti di Provincia, iniziando da quello di Sondrio Luca Della Bitta che ha posto l’accento su soluzioni uguali per territori diversi: “Non chiediamo elemosine, ma il diritto di essere protagonisti e poter scegliere in casa nostra il modello istituzionale che riteniamo più adeguato”. Riconosce Della Bitta che è un bel segno già il solo fatto che la Montagna lombarda si trovi e si parli. “Siamo in un periodo di grande cambiamento, contrassegnato da un alto livello di confusione, specie per le Province, ma anche di opportunità. Nei pochi mesi di vita che restano alle Province, quella di Sondrio vuole sviluppare il suo riassetto istituzionale, in particolare in rapporto con la Regione. Sondrio come Provincia-laboratorio – ha continuato Della Bitta – non solo per la propria Montagna, ma per tutta quella della nostra Regione.” Di fronte a un uditorio regionale, alla vigilia della festa della Donna per la quale ci vogliono pari opportunità, il presidente sondriese ha chiosato rivendicando “pari opportunità per l’intera Montagna lombarda.”

È stato poi il turno del presidente della Provincia di Brescia Pier Luigi Mottinelli, il quale ha subito chiarito che prima vengono i territori e poi le appartenenze politiche. Netto il suo rifiuto della politica dei tagli lineari, implicitamente e giustamente attribuita anche all’attuale Governo. Secondo Mottinelli, duemila chilometri di strade lombarde non hanno gli stessi problemi di gestione di duemila chilometri di strade calabre, che peraltro non si capisce come siano state misurate. La Montagna alpina e lombarda in particolare è un esempio nazionale di buona gestione amministrativa pur essendo minoranza. Regione Lombardia ha il merito di aver mantenuto le Comunità montane (totalmente disconosciute dallo Stato), ma bisogna anche essere capaci di riorganizzare dal basso gli enti di secondo livello secondo uno schema a geometria variabile, cioè a seconda delle esigenze e dei bilanci delle singole province, riguardo al superamento delle quali nella forma precedente, dato che gli ordinamenti Area Vasta saranno regolati da leggi dello Stato e non dalla Costituzione, potranno anche prevedere l’esistenza delle province nelle forme opportune. Mottinelli ha concluso riconoscendo a Del Barba & C. di essere stati bravi a ottenere una differenziazione per le tre province “interamente montane”, ma chiede: “Quale differenza c’è tra la provincia di Sondrio e la Valle Camonica, territorio vasto quanto a sua volta quanto una media provincia? Ci dobbiamo aspettare una Valle Camonica vaso di coccio, schiacciata tra quella storicamente autonoma di Trento e quella autonoma nuova di Sondrio?

Per la Provincia di Bergamo, al posto del presidente, c’era l’assessore Mauro Bonomelli (sindaco di Costa Volpino), che ha proposto qualche spunto per il dibattito definito “molto interessante” al fine di individuare gli obiettivi per il riordino dell’assetto istituzionale. Secondo lui, l’eliminazione o il ridimensionamento drastico degli enti di secondo livello è un errore madornale, un errore che sarà maggiormente pagato dalle grandi province come Brescia e Bergamo. “Attendiamo di sapere dall’assessore regionale Garavaglia quali saranno le funzioni delegate da Regione Lombardia alle moribonde Province”, ha detto.

Per l’UNCEM (Unione Comunità Montane lombarde) ha preso la parola il presidente Alberto Mazzoleni, secondo il quale bisognerebbe, al contrario di come si sta facendo, in modo anche un po’ demagogico sull’onda della caccia agli sprechi, lasciare almeno le cose che vanno bene. Secondo lui grande è l’attuale incertezza normativa, visto che le Province saranno probabilmente cancellate del tutto, ma che le Aree Vaste sono ancora tutte da chiarire. Ardua, anche se condivisibile, la proposta di Della Bitta di mantenere gli attuali ambiti ottimali.

Per l’Unione dei sei Comuni Alta Valle Camonica è poi intervenuto il presidente Roberto Ménici, sindaco di Temù, che ha puntualizzato alcuni numeri relativi agli enti di secondo livello, mettendoli anche a confronto con quelli di altri Stati europei, ma che alla fine non ha potuto non andare dove il dente più duole: un Comune come Temù – mille residenti e servizi per diecimila nei periodi di punta turistica – ha dovuto trasferire allo Stato centrale, negli ultimi tre anni, cifre spaventose e crescenti: prima 750mila euro, poi 950mila e infine un milione 150mila, e forse la spirale non è finita.

Corrado Tomasi ha quindi passato la parola a Massimo Garavaglia, assessore lombardo a Economia, Crescita e Semplificazione. Col suo efficace stile, Garavaglia ha cominciato con le “notizie brutte”. La prima: un miliardo e 255 milioni di tagli lineari del Governo alla Lombardia per il 2015; i tagli ai ministeri percentualmente molto meno. La seconda: gli effetti della legge Del Rio, con tagli di oltre duecento milioni, che con grandi virtuosismi la Regione è riuscita a ridurre a circa cinque per i cittadini lombardi. Terza cosa brutta: i canoni idrici. Secondo l’assessore leghista, la prima cosa bella è il modello di gestione amministrativa che s’intende sperimentare con la Provincia di Sondrio. “Sappiamo che la Montagna non finisce a Sondrio – ha detto l’assessore – ma proprio in questo momento di rigurgito centralista, che paradossalmente equivale al momento di maggior debolezza del Centro, si aprono grandi opportunità con il riassetto istituzionale; bisogna saperne approfittare con intelligenza e acume politico”. Riguardo all’accorpamento di Comuni, Garavaglia si dice contrario alle “fusioni fredde” e favorevole solo se volute dai cittadini. Poi una proposta: usare “questa fase di casino” per fare delle CM Unioni di Comuni. Riguardo al tema delle macroregioni, a quelle generali si dovrà arrivare per forza (Abruzzo distinto da Molise non ha senso), mentre per la quanto riguarda la macroregione alpina, questa dovrà essere soprattutto un’opportunità da convegno Aprica 1cogliere per avere accesso ai fondi europei. Secondo Garavaglia, però, bisogna andare a prendere i soldi europei fuori dalla programmazione; a tal proposito cita un progetto con il Politecnico di Milano. Entro questo marzo, informa poi, uscirà il bando da 50 milioni di euro per non solo la banda larga, ma per colmare il digital divide, introdurre il sistema aperto, la fatturazione e la conservazione elettronica degli enti pubblici, i data center. Riguardo al referendum per la Lombardia autonoma – dato che il Governo vuol tagliare funzioni per tagliare ancora risorse e ciò non è accettabile – “se le almeno funzioni che riteniamo indispensabili verranno lasciate, si potrà anche fare marcia indietro sulla consultazione popolare.”

Uscito di scena Garavaglia, partito per altri impegni, tocca al senatore PD Mauro Del Barba. Il parlamentare morbegnese rivendica il merito della costituzionalizzazione delle Aree Vaste e, all’interno di queste, delle Aree Vaste Montane, ottenuta attraverso un suo emendamento proposto e accettato da Calderoli, presidente della Commissione Affari Costituzionali. Altra rivendicazione di Del Barba quella di aver contribuito a mettere riparo al recente pasticcio sull’IMU agricola. Del Barba rivela poi di aver fatto “una scoperta agghiacciante”: l’assenza nella normativa giuridica di ogni riferimento alla Montagna. Presente con un accenno nella Costituzione, la Montagna sembra essere totalmente uscita dalla cultura italiana. Secondo il senatore valtellinese “non c’erano e ancora non ci sono gli spazi per il riconoscimento generale della specificità montana”, per cui è stato fatto il gol di rapina relativo alle tre province interamente montane; quanto abbiamo ottenuto per Verbania-Cusio-Ossola, Sondrio e Belluno saranno un domani allargabili anche al resto della Montagna.”

Ha chiuso la serie degli interventi il deputato PD Enrico Borghi, presidente dell’intergruppo parlamentare per lo sviluppo della Montagna, l’unico non lombardo presente. Dopo aver sottolineato che viviamo un momento di cesura molto importante, ossia quello della riscrittura delle travi portanti sulle quali si basa il nostro assetto istituzionale, Borghi ha compiuto un breve excursus storico attraverso le leggi che si sono occupate di problematiche relative alla Montagna. “In un periodo di crisi come quello odierno – ha sostenuto la politica fatica a star dietro alla complessità”. È per questo che bisogna interrogarsi a fondo su quello che è meglio e soprattutto aver chiari gli obiettivi. I capisaldi della governance delle specificità alpine sono, secondo il dotto Borghi, sviluppo sostenibile e innovazione, collegamenti efficienti, sostenibilità. E la strategia macroregionale alpina va perseguita, è forse questo il messaggio che del convegno di Aprica.


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