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Al via il Festival della Famiglia, il messaggio: “Welfare, dalle aziende ai territori, il Trentino c’è”

lunedì, 27 novembre 2017

Trento – Welfare, dalle aziende ai territori, alla luce delle ultime novità introdotte dalla normativa. Era questo il tema del primo appuntamento del Festival della Famiglia, che si è aperto stamani nella sede di Trentino School of Management, con gli interventi di Carlo Borzaga, professore all’Università di Trento e presidente di Euricse, di Pietro Antonio Varesi, professore alla Cattolica di Milano, nonchè di Federico Razetti, ricercatore presso il laboratorio Percorsi di secondo welfare – Centro Einaudi.

ffamigliaL’inaugurazione ufficiale del Festival si terrà a breve, nella cornice della Sala delle Marangonerie del Castello del Buonconsiglio, alla presenza, tra gli altri, del presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi. La kermesse è promossa dall’Agenzia per la famiglia, natalità e politiche giovanili della Provincia autonoma di Trento con il patrocinio del Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

“Un territorio con reti – ha spiegato in apertura il dirigente dell’Agenzia per la Famiglia, Luciano Malfer – ha potenzialità maggiori di sviluppo rispetto a un territorio senza reti. Un tema sul quale il Trentino c’è, pensiamo ai Distretti per la Famiglia, che raggruppano 800 organizzazioni a loro volta generatori di reti”. E se è necessario innovare, a livello generale, il sistema di welfare, tre sono le direzioni nelle quali lavorare, per Malfer: “Il primo ambito è quello che ci è proprio, ovvero il welfare familiare, il secondo ambito è quello del welfare territoriale che è anche il tema di questo sesto Festival, il terzo settore è quello del welfare aziendale”. A portare i saluti di Trentino School of Management è stata quindi la direttrice generale, Paola Borz che ha spiegato come TSM sia stata una delle prime aziende in Trentino ad aderire al Family Audit, illustrando quindi le politiche di conciliazione e family friendly che TSM ha adottato.

Carlo Borzaga ha spiegato come negli ultimi anni abbiamo assistito a un “ampliamento progressivo del concetto di welfare, passando dagli interventi prettamente assicurativi, degli anni ’80, alla definizione odierna di welfare che ricomprende una gamma sempre più ampia di servizi e di azioni di inclusione sociale”.

Al punto che oggi si parla di welfare anche nel riferirsi a “cultura, accesso ai musei, perfino ginnastica” e questo perché “welfare oggi indica essenzialmente il benessere”. Altra passaggio della società moderna è “la tendenza progressiva all’aumento del numero di soggetti che si occupano di welfare e delle loro caratteristiche”; infine, come ha concluso il professor Borzaga: “Assistiamo anche a un crescente collegamento fra le politiche del lavoro e le politiche sociali, ovvero il modo migliore per fare inclusione sociale è quello di garantire accesso al lavoro”.

E se per Federico Razetti del Centro Einaudi, con il concetto di welfare occupazionale, o secondo welfare, si intendono proprio gli “interventi di protezione sociale ricevuti dagli individui in ragione della loro condizione lavorativa”, per il professor Varesi, già presidente dell’Agenzia del lavoro di Trento, bisogna però concentrare la nostra attenzione su un divario che, a livello italiano, esiste fra gli stanziamenti dello Stato e i fabbisogni delle famiglia in materia di welfare.

Varesi, professore alla Cattolica di Milano, chiamato più volte a far parte di Commissioni ministeriali, ha sviluppato le sue riflessioni utilizzando dati di alcuni rapporti sul welfare recentemente presentati, in particolare il “Rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie italiane” presentato in Parlamento poche settimane fa. In base al Rapporto, infatti, sebbene si possa parlare di un welfare inclusivo, questo non esclude il fatto che vi sia una fascia di popolazione che soffre per la mancanza di prestazioni: “Vi sono famiglie, e non solo quelle classificate come povere, ma anche famiglie che traggono la loro principale fonte di reddito dal lavoro dipendente, che devono rinunciare a cure sanitarie e farmaci, a prestazioni, altre non si possono permettere di acquistare beni e servizi per la cura di un familiare e si impegnano con le sole proprie forze – ha concluso Varesi -. E’ evidente che, a livello nazionale bisogna lavorare ancora sull’organizzazione dei servizi per migliorarne l’efficienza e che non possiamo sopperire solo con l’aumento di spesa da parte dello Stato, ma è necessario mobilitare tutte le risorse che la società civile e le istituzioni territoriali sono in grado di mettere in campo”.



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