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A Levico l’inaugurazione del Forte San Biagio al Colle delle Benne

venerdì, 19 settembre 2014

Levico – Il lavoro di recupero, tutela e valorizzazione delle fortificazioni militari consente ai manufatti di sopravvivere e a noi cittadini del XXI secolo di riconoscere le tracce del passato. Altrimenti tutto si “appiattisce” in una uniforme rovina. In particolare in occasione del centenario della Grande Guerra risulta quantomai opportuno fare il punto su un programma che ha ormai almeno 15 anni di vita, e che rappresenta uno degli interventi più rilevanti fatti sul territorio per quanto riguarda l’immagine che il Trentino dà di se stesso.

Questo in sintesi il senso del convegno “Recupero delle fortificazioni alpine: progetti di architettura e di paesaggio”, organizzato al castello del Buonconsiglio dalla Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali, il Museo storico della guerra di Rovereto, l’Università di Trento, l’Ordine degli architetti. Ad aprire i lavori Sandro Flaim, dirigente della Soprintendenza, che ha portato anche i saluti dell’assessore provinciale alla cultura Tiziano Mellarini. Stasera alle 21 sempre al Buonconsiglio, nella sala delle Marangonerie, si esibirà il coro Sant’Isidoro di Trento mentre domani, alle 10, è prevista la cerimonia di inaugurazione dei lavori di restauro di Forte Colle delle Benne, organizzata dal Comune di Levico.

I forti realizzati in Trentino cominciarono a venire alla luce nel XIX secolo, quando questo territorio era il Tirolo meridionale, parte dell’Impero Austroungarico. L’opera di fortificazione del Trentino conobbe un’accelerazione attorno al 1860, dopo la fine della Seconda guerra di indipendenza e proseguì fino alla Prima guerra mondiale. Negli ultimi anni molti manufatti – forti, trincee, postazioni per l’artiglieria e quant’altro – sono stati recuperati e restituiti alla fruizione. “Un lavoro non banale – ha spiegato Camillo Zadra, provveditore del Museo storico della Guerra di Rovereto, moderatore della prima sessione dei lavori, che proseguiranno fino al tardo pomeriggio di oggi – per diversi ordini di ragioni. Innanzitutto è da poco che le fortezze che furono teatro della Prima guerra mondiale vengono considerate parte del paesaggio contemporaneo. Molti di questi manufatti, al di là del nome altisonante con cui spesso erano stati battezzati, si erano deteriorati in fretta. Alcuni erano anche stati distrutti – e a volte subito ricostruiti – nel corso delle battaglie che si erano succedute su questa parte del fronte alpino. Negli anni successivi alla guerra, inoltre, la gran parte delle fortificazioni militari vennero demolite per estrarne il materiale d’uso, dai metalli alle pietre lavorate”. Questa demolizione veniva considerata naturale perché le strutture in questione venivano considerate come non più utilizzabili per i loro scopi originari, e quindi inservibili.

Solo recentemente, pertanto, si è cominciato a guardare a queste costruzioni come a un qualcosa da restaurare e valorizzare. Ma le fortificazioni del Trentino non sono diventate un simbolo dell’identità nazionale, anche perché come minimo esse rimandano ad una memoria condivisa, in parte italiana ma in parte (anzi in larga parte) asburgica. Il lavoro di recupero svolto in questi anni non ha quindi nulla a che vedere con un approccio nostalgico o celebrativo. Oggi queste testimonianze, in gran parte riconducibili alla Grande Guerra, costituiscono piuttosto i luoghi di una memoria che si cerca di recuperare, aperti alla fruizione tanto dei residenti quanto dei turisti. Luoghi che, grazie agli sforzi prodotti sia a livello locale che nazionale, vengono restituiti alla visita e alla meditazione nella loro dimensione più corretta, che è poi quella di una memoria “fondativa”, essendo comunque la Grande Guerra un architrave della memoria comune, memoria depurata però dalla retorica del passato.


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